Per potervi raccontarvi la nostra idea dovevamo essere sicuri di ciò che stavamo dicendo. E il miglior modo di trovare conferme è quello di parlare con i protagonisti delle vicende che vi racconteremo.

L’estate passata ci siamo recati in diverse strutture adibite all’accoglienza di migranti situate a Palermo, Sferracavallo e Messina. Essendo presenti sul posto a contatto con i migranti appena giunti sulle coste siciliane abbiamo potuto ascoltare dai diretti interessati le loro storie, speranze e sogni. Fuggiti dalla loro patria che non gli permette più di vivere tranquillamente giungono in Italia, raccontata come un luogo prospero e felice. Arrivati si devono però scontrare con la triste realtà: chiusi dentro un centro di accoglienza senza fare nulla dalla mattina alla sera. Abbiamo giocato e cantato con loro, ma la nostra presenza non poteva essere infinita e presto è tornata la loro grigia ordinarietà.

Lo scorso 5 Giugno tramite il cappellano del carcere di Rebibbia abbiamo avuto la possibilità di animare una messa in carcere. Abbiamo trovato persone disperate che non credono più nelle funzioni riabilitativa e di reinserimento proprie degli istituti penitenziari. Non sanno come far passare le loro giornate e una volta scontata la pena spesso si ricade nell’errore. Non per cattiveria, per bisogno. Ma il problema principale che li fa soffrire più di tutti è la mancanza della famiglia. Nel carcere le persone diventano qualcos’altro, non hanno più il controllo della loro vita, sono subordinate alle scelte di altri, dipendono totalmente da qualcuno: sono come bambini, senza nulla a cui pensare.

Abbiamo anche avuto un incontro con una rappresentante di Save the Children riguardo la tratta delle donne. Ci ha raccontato come avvengono il reclutamento, il viaggio che le fa giungere al paese di destinazione e come vengono poi sfruttate. Partono per loro volere o perché spinte dalla famiglia che non riesce più a mantenerle. Gli vengono assicurate ricchezza, felicità e un lavoro tranquillo e non hanno idea di cosa le aspetterà. In Italia, sebbene godano di un apparente senso di indipendenza, diventano totalmente sottomesse psicologicamente ai loro sfruttatori anche per colpa delle minacce che vengono perpetrate nei confronti dei familiari. Per questo non cercano aiuto, hanno paura.